Monday, October 28, 2013

What happens next?

E dopo che l'opportunità arriva, che cosa succede?
Vedi che lo spiraglino che si era aperto diventa un portone spalancato. La flebile lucina che intravedevi diventa una grossa luce bella potente. E ci vuole comunque un po' ad adattarsi alla nuova luce, quindi all'inizio, essa è talmente forte che lascia gli occhi accecati e non vedi nulla. C'è chi si adatta in pochi secondi e chi ci mette tanto, ma il cambiamento arriva bello improvviso.

A Natale dell'anno passato, quando Ciro ormai lavorava da quasi un mese e io avevo ricevuto l'opportunità di rientrare l'anno nuovo con un visto lavorativo, siamo orgogliosamente rientrati in Italia, Ciro per stare 2 settimane e sistemare le sue cose, io per attendere il visto. Eravamo partiti per NY con un volo di sola andata e quando ci siamo ritrovati ad acquistare il biglietto per ritornare in Italia abbiamo imparato una lezione: prenotare in anticipo. Molto in anticipo. Mancavano 10 giorni a Natale e i prezzi dei biglietti aerei erano praticamente saliti alle stelle. Siamo dovuti finire a Mosca con l'Aeroflot per spendere una cifra che non fosse folle. Ah, sì, abbiamo imparato anche una seconda lezione: calcolare il cambio rubli/euro prima di acquistare qualunque cosa, anche un caffè.
Sapevo che ci sarebbero voluti almeno 3 mesi per il visto e che sarei stata separata dalla dolce metà per un sacco di tempo. Tuttavia  ne valeva la pena.
Non era la prima volta che cambiavano casa, ma era la prima volta che cambiavano proprio continente! Ci sono stati dei momenti in cui le cose mi sono anche sembrate quasi surreali, chiudere il conto corrente, chiudere tutte le possibili bollette e il resto, chiudere gli abbonamenti postali, salutare tutte le persone possibili, come se non ci fosse un domani o non potessimo rivederci mai più.  E poi, a rendere le cose apparentemente ancor più surreali, i primi di gennaio è arrivata anche la oh-finalmente-tu-ti-sei-deciso proposta di matrimonio. Per dirla semplice: ell'era anche l'ora! Dopo tutti questi anni di convivenza, non ci sperava (quasi) più nessuno.

Poi è arrivato il periodo di separazione. Nel mentre che aspettavo le pratiche legali per NY, sono stata a Roma come ospite o volontaria, che dir si voglia per prendere un po' confidenza con quello che poi avrei dovuto fare sotto la stessa capa a New York.
Un triste periodo, da un punto di vista emotivo. Immaginate solo di vivere insieme a un'altra persona per diversi anni e poi di dover non solo stare a un oceano di distanza per quelli che alla fine sono stati 4 mesi e mezzo, ma di dover anche abitare in casa di parenti del fidanzato perchè abitano relativamente vicino a Roma (sicuramente più vicino di Firenze). Passare da anni di "è casa mia e faccio come mi pare" a "non è casa mia, non posso fare come mi pare, non è giusto" non è proprio la cosa più banale di questo mondo. Fosse stata casa dei genitori, o avessi abittao da sola, sarebbe già stato diverso. Sarebbe stato difficile lo stesso, ma comunque diverso. Almeno mi sarei potuta tenere la gatta e strapazzarmela di coccole la sera. Sono un tipo da contatto fisico, anche solo tenersi la mano, ed è stato davvero bruciante il potersi vedere solo tramite lo schermo di un computer. Non avevo nemmeno un cuscino o un pouf abbastanza panciuto da fare il sostituto di abbracci notturni.

E lo ammetto, appena finalmente sono approdata a NY nel maggio scorso, con tutte le carte alla mano e una voglia disperata di un abbraccio orsuto e interminabile, è stato l'inizio di una vita completamente nuova. Come ci scherzavo su con Ciro: "Di tutti gli inizi di vita che abbiamo avuto, questo è di gran lunga il più bello".

Wednesday, September 11, 2013

Opportunità

Una cosa di New York va detta: è una città piena di opportunità.
Io sono partita con non troppe speranze, devo confessarlo. Avevo fatto l'application per numerosi dottorati all'estero in Europa ed ero stata miseramente scartata. Guardiamo alla realtà dei fatti: una donna di 27 anni, che ci ha messo 7 e mezzo anni per arrivare a prendere la laurea magistrale, un anno a casa senza fare nulla, mai lavorato nemmeno in altri campi, senza dottorato, senza esperienza, senza tutta questa conoscenza della lingua inglese. Un curriculum tutt'altro che appetitoso. Eppure, c'era un tarlo che rodeva la mente: provaci. Se non ci provi, te ne pentirai per il resto della tua vita. E se ci fosse l'occasione perfetta, lì, pronta per essere afferrata, una di quelle occasioni che capitano forse una volta nella vita?
Una volta arrivata qui a New York ho iniziato a mandare i curriculum, puntando sul grado della mia istruzione e puntando sul fatto che non avendo una precisa specializzazione, in qualunque tipo di laboratorio biologico di ricerca fossi finita, sarei riuscita ad adattarmi. Se non altro, l'aver studiato un ampio spettro di roba in biologia molecolare, cellulare, biochimica mi avrebbe permesso di avere le basi un po' per tutto. Tuttavia la situazione non è stata semplice. Molti ricercatori sarebbero stati disposti anche a passare sopra al fatto che non sapevo troppo bene la lingua e anche al fatto che non avevo esperienza pratica, perché si fidavano comunque della mia istruzione, tuttavia non erano disposti a passare sopra al fatto che non avessi il dottorato e cercavano comunque un post-doc. Mandati tantissimi curriculum e tantissime email, ho anche passato un po' di depressione perché si doveva stare a NY solo un mese e mezzo e più si avvicinava la fine di questo periodo più mi cresceva l'ansia, soprattutto in considerazione che Ciro aveva già trovato lavoro e quindi era impellente più che mai il bisogno di trovare qualcosa. E poi, a chiare lettere, non avevo proprio voglia di tornare in Italia senza un nulla di fatto, senza nemmeno un "forse", e affrontare le eventuali raffiche di domande e/o qualunque altro tipo di reazione la gente avesse avuto.
E poi è arrivata. L'occasione, che andava afferrata.
C'è voluto del tempo, ho dovuto attendere mesi per ottenere il visto lavorativo, ma ho trovato qualcuno che mi ha dato fiducia e mi ha permesso di iniziare qualcosa.
Mi mancano gli amici, i genitori, la gatta? Ovviamente sì. Ma poi guardo al futuro e vedo che qui qualcosa c'è, che qualcosa di stabile lo potrò costruire. Possiamo risparmiare qualche soldino, possiamo pensare sul serio di comprarci una casa e di creare un futuro. E al momento, pur con tutti i contro che la cultura americana ha rispetto a quella italiana, la bilancia pende in favore di New York.

Thursday, August 8, 2013

Le altezze

L'aggettivo che meglio accompagna "grande" nella descrizione di New York è sicuramente "alta". Se le dimensioni della città sono inimmaginabili per chi non è mai uscito dall'Italia, anche le altezze sono impensabili. Credo di non andare lontana dalla verità dicendo che New York è la città con più grattacieli, o comunque una delle primissime in lista.
Da bravi turisti, la prima settimana abbiamo visitato la terrazza panoramica dell'Empire State Building (86esimo piano) e quella più bassa del Rockefeller Center, tale Top of the Rock (70esimo piano). Le altezze turistiche di New York. L'Empire è forse il più famoso in assoluto, con il fatto che c'è salito King Kong. Dal momento che numerose persone hanno deciso di suicidarsi proprio gettandosi dall'86esimo piano, tutta la terrazza panoramica dell'Empire è stata circondata da una ringhiera alta fino a sopra la testa, e se non ho capito male, nemmeno questa ringhiera è servita a fermare altri aspiranti suicidi. Tra quelli che si sono comunque buttati dalle finestre e quelli che sono riusciti a scavalcare la ringhiera, i suicide jumpers non sono mancati. C'è gente che proprio non riesce a fare a meno di farsi notare.
Il Rockefeller Center è più basso ma offre un panorama splendido, forse migliore del precedente. Offre una panoramica a 360 gradi. E non ci sono apparentemente molti che hanno tentato di buttarsi da lì perciò non c'è quella fastidiosa ringhiera alta fin sopra la testa.
Mi hanno chiesto quale dei due observation deck mi è piaciuto di più, ma anche a ripensarci non so dare un risposta definitiva. Penso che siano belli entrambi, se non capiti nella giornata in cui qualcuno cerca di saltar giù. Sono solo diversi ed entrambi hanno il loro fascino. Direi che non si può anche solo capitare a NY e non andare su questi due palazzi.
Il panorama è troppo bello da queste altezze; e guardando giù uno si sento una minuscola caccolina in una gigantesca città. Ma una caccolina felice. 
La cosa che forse è ancora più difficile da immaginare, o almeno lo era per me prima di venire qui, è la velocità degli ascensori. Basti pensare al fatto che per arrivare sulle terrazze panoramiche ci vogliono pochi secondi, e si parla di più di 60 piani.
Dopo un po' che vivi a New York ti abitui alle altezze. Salire al decimo o quindicesimo piano non è più una cosa strana. Il laboratorio dove lavoro si trova al 24esimo piano a Manhattan, e la prima settimana mi sono quasi sentita male per l'ascensore. In effetti, non reggo i cambiamenti di pressione con l'ascensore, soprattutto se è veloce a questa maniera. Il posto è talmente grande e ci sono talmente tante persone che hanno fatto 3 set di ascensori: quello che prendo io sale dritto dritto al 18esimo piano e poi fa tutti gli altri piani fino al 26. Sono sicura che appena tornerò in Italia e prenderò un ascensore che per fare 2 piani ci metterà tanto quanto questo a farne 20 mi sembrerà di viaggiare al rallentatore! 

Thursday, July 18, 2013

Schematizzazione

Sono bastati pochi giorni a NY per renderci conto che qui è tutto schematizzato, è tutto categorizzato. I ricchi stanno coi ricchi, i poveri coi poveri, i sordi coi sordi, gli udenti con gli udenti, i secchioni con i secchioni, gli sportivi con gli sportivi, i belli con i belli, i brutti con i brutti, i magri con i magri, i grassi con i grassi eccetera. Non si mescola niente. Non giudicano niente, non possono dire niente, non in fronte almeno, in pubblico sono tutti sempre cordiali e carini e gentili (la qual cosa a parere mio è anche innaturale per gli esseri umani) ma poi in privato sono le persone più classiste che abbia mai conosciuto. Non è un bel sistema.
All'inizio mi piaceva il fatto che qui dire "I'm deaf" non è una cosa così insolita e non suscitava reazioni strane. Mi piaceva il fatto che ci fossero servizi apposta per i non udenti, come per ogni altro tipo di disabilità, l'Access-A-Ride per i disabili in carrozzina, le guide audio per i non vedenti. Ed ero contenta di poter finalmente fare tutto on-line o via email perché significava non dover per forza far fare le telefonate a qualcun altro (leggi: Ciro), per ogni informazione o contatto.
Ma poi mi sono resa conto che questa cosa ha un sacco di svantaggi, se non rientri perfettamente nella categoria. Come dicevo nell'altro post, io non sono categorizzabile. 
Già in Italia è difficile essere una persona non categorizzabile, perché la gente ha i suoi pregiudizi e spesso nei sistemi burocratici qualunque cosa sia diversa non viene minimamente contemplata perciò, per esempio, non si degnano di rispondere alle e-mail o (dopo che hai fatto ore di fila solo per una semplice informazione) sbuffano quando gli chiedi di ripetere qualcosa perché non hai capito, e ti dicono che "potevi semplicemente telefonare". Tuttavia, ci sono sempre delle persone intelligenti e dalla mentalità aperta che comprendono la situazione e siccome non ci sono protocolli specifici per ciò che è differente, si riesce sempre, in qualche modo, con uno sforzo più o meno grande, a deviare il percorso in modo che alla fine torni comunque tutto. In realtà molte volte il pregiudizio incontrato in Italia era solo un'idea che la persona, l'individuo, si era fatta ma che non era un'idea stabile, solidamente radicata nella cultura popolare. Bisogna continuamente lottare per farsi comprendere e accettare ma alla fine dipende tutto dalle singole persone, da come sono fatte, non dipende tutto dal Sistema. Tanti anni fa, quando ancora la tecnologia era indietro, potevi solo essere udente o sordomuto, non c'era nemmeno la consapevolezza delle varie sfumature. Grandi passi sono stati fatti per cui non è più tutto bianco o nero, diciamo che quello che manca è l'informazione pubblica, ma perlomeno le scuole e l'opinione pubblica sono un po' più sensibilizzati verso la possibilità delle sfumature. E lo dico ora che ho conosciuto New York, mentre finché stavo in Italia pensavo che l'opinione pubblica fosse ancora troppo radicata negli stereotipi. Col senno di poi: sbagliato.
Infatti qui a NY, essere una persona non categorizzabile è ancora più difficile. Gli stereotipi sono scolpiti nella roccia. Tutto è fatto a misura di categoria. I bambini già dalla nascita sono classificati e cresciuti a misura di quella classe psico-fisico-economico-sociale dove sono stati messi. 
Gli Americani sono quadrati. Se non rientri nella categoria vanno nel panico o comunque diventano impacciati e imbarazzanti. Un paio di volte sono andata in uffici pubblici da sola, e quando ho detto "Please, talk slowly, I'm deaf and I'm reading your lips" la persona che avevo di fronte ha smesso di parlare e ha iniziato a fare segni. "Ehm, I don't sign". "You don't sign? Really? Deaf and don't sign? That's not possible." Yes, it's possible. Porcoddio, mettiti l'anima in pace. Qui se nasci sordo o lo diventi da piccolo è automatico che non parli e che impari la lingua dei segni (per inciso: la lingua dei segni italiana e americana sono diverse tanto quanto l'italiano e l'inglese parlati), è automatico che vieni mandato alle scuole apposta, dove ti insegnano a disprezzare gli udenti e a non mescolarti con loro, è normale che vivi in questa bolla di persone sorde come te, senza integrarti col resto della comunità. L'impianto cocleare esiste da prima che in Italia, tuttavia: o lo fanno ai bambini molto piccoli, di conseguenza l'efficacia dell'ascolto risulta alla fine altissima, e gli insegnano che sono udenti e si devono del tutto integrare e riconoscere nella comunità udente, oppure lo fanno ai grandi, ma questi già conoscono i segni e lo usano per poter migliorare un minimo la conversazione e poter parlare, ma continuano a identificarsi nella comunità dei sordomuti e continuano a preferire i segni. Non c'è via di mezzo. 
Quindi il grosso svantaggio per una non categorizzabile come me, per una via di mezzo che mi ritrovo ad essere, è che io devo spiegare la situazione ogni sacrosanta volta. La mia lettura labiale dell'inglese è ancora piena di buchi perché non sono abituata, e in particolar modo perché gli americani appiccicano le frasi e troncano ogni parola possibile e immaginabile, tuttavia ogni giorno imparo qualcosina and I'm proud of it. Le reazioni della gente nei miei confronti sono strane: c'è chi si rifiuta di capire e continua nel suo schema mentale (esempio: sono andata una volta al pronto soccorso e ci hanno mezzo mezzora a capire che l'interprete della lingua dei segni non mi serviva a nulla, insistevano che era il protocollo chiamare un interprete per i sordomuti, ma ca**o lo vedi che non faccio segni e che ti sto in realtà parlando con la mia normale voce, per quanto l'accento sia visibilmente italiano o cmq straniero), c'è chi continua a ripetere che non è possibile e mi guarda come se fossi un alieno, c'è chi va nel panico e smette di parlare rivolto verso di me e si rivolge invece alla persona che sta con me, come se dovesse farmi da interprete o chissà che (no, devi continuare a parlare a me, non sono mentalmente ritardata, posso riuscire a capirti), e poi c'è la reazione di quelli che si domandano che cosa ci faccio in mezzo a persone udenti, come faccio a lavorare, come è possibile che abbia un lavoro in un posto dove nessuno è come me. La risposta è: perché mi hanno insegnato così e perché se voglio, sono in grado di integrarmi.
Sono cresciuta in Italia, precisamente a Firenze, dove la lingua dei segni praticamente non esiste quasi più o comunque non ci sono servizi dedicati e usare i segni è una cosa che crea molti problemi a entrambe le parti quindi si tende a evitarla, c'è una bellissima associazione che promuove l'insegnamento della lingua parlata anche ai bambini nati sordi perché possono così riuscire a integrarsi meglio e a comunicare senza portarsi sempre appresso un interprete, le scuole per sordi non esistono ormai più, non ci sono in Italia queste categorizzazioni così strette per cui le persone di diverso status fisico, sociale, o altro non si mescolano. Sono cresciuta sentendomi dire che mi dovevo integrare e che dovevo considerarmi una persona perfettamente normale. Ho odiato il non avere una comunità in cui inserirmi senza dover dare spiegazioni perché erano tutti come me, soprattutto nell'età della crescita, quando il bisogno di sentirsi uguale agli altri è ai massimi livelli; ma alla fine questo mi ha portato solo dei vantaggi. Mi ha reso una persona migliore, più forte e più motivata. E adesso mi sento una persona normale. L'idea di dover abbandonare tutto questo insegnamento per tornare alle origini, alle comunità, alle "bolle" di persone simili, mi fa venire l'orticaria. Motivo per cui non ho intenzione di imparare né ora né mai la lingua dei segni americana. Ne va del mio orgoglio e dei valori in cui credo. Continuerò a sfaldare inesorabilmente i pregiudizi nelle persone che incontro, come ho sempre cercato di fare. Difficile? Difficilissimo. Ma ho imparato che prendere la strada più difficile ripaga sempre lo sforzo.

Monday, July 15, 2013

Sordità

Sento la necessità di scrivere un post sull'argomento, prima di proseguire con qualsiasi altra cosa. Io non sono nata sorda. Ho perso l'udito in modo progressivo. Ho imparato a parlare correttamente perché da piccola sentivo, e fino ai 12 anni ero in grado di parlare con qualcuno al telefono, seppure con difficoltà. Ho fatto l'impianto cocleare che avevo 18 anni, questo apparecchio ha fatto tanto ma non miracoli. Non so il linguaggio dei segni, necessito per forza del labiale per aiutarmi nelle conversazioni (non solo di quello, ma diciamo che senza quello è troppo difficile per me), suono il flauto traverso da anni e a dire la verità non sono nemmeno così male. Quindi, in che categoria rientro? In nessuna. Se c'è una cosa certa, è che non sono classificabile. Non rientro nella categoria dei sordomuti. Non rientro nella categoria degli udenti. Non rientro nemmeno nella categoria dei "parzialmente sordi" (intendo quelle persone a cui basta aumentare il volume per sentire e capire). Da un punto di vista puramente fisico, sono sorda. Se tolgo l'impianto cocleare, cosa che faccio tutte le notti, non sento una cippa di niente, potrebbe scoppiare una bomba nel palazzo accanto e io continuerei a dormire tranquillamente. In effetti questo è ciò che mi permette di dormire a fianco di una persona che russa così forte da insospettire gli scoiattoli che bazzicano sul ramo dell'albero fuori dalla finestra.
Nel momento in cui indosso il mio apparecchio e che lo accendo, in realtà io ci sento. Ma non nel modo tradizionale. È quello che mi frega e che mi rende la vita una continua lotta contro gli schemi mentali delle persone che non mi conoscono ancora. Come è possibile sentire "non nel modo tradizionale"? Beh, l'impianto cocleare fa sì che io scavalchi dei passaggi. Normalmente uno capta i suoni con l'orecchio (entrambe le orecchie), questi vengono trasformati in impulsi elettrici, passano nella coclea e poi arrivano al cervello, che li interpreta. L'impianto mi permettere di captare i suoni tramite un microfono, ma solo da un orecchio, non da entrambi (la qual cosa fa supporre che anche funzionando in maniera perfetta l'impianto sarebbe comunque del 50% meno efficiente di un sistema uditivo normale), i suoni vengono mandati nella coclea dove gli elettrodi li trasformano in segnale elettrici che vanno al cervello. Detto così, uno direbbe: "Ma allora dove sta la differenza"? La differenza, il punto cruciale, è che il mio ascolto non è passivo, è attivo. Questi segnali arrivano al cervello in una maniera che comunque è innaturale. Non c'è nessun filtro. Una persona che sente in maniera normale, non deve nemmeno pensarci, filtra automaticamente. Riconosce il sovrapporsi di due voci distinte, riconosce il sottofondo dal suono/voce importante. A me arriva tutto, proprio tutto, senza distinzione. Questo lavoro di filtraggio è completamente saltato, lo devo fare io, in maniera attiva, ogni volta che sento qualcosa. Devo concentrarmi ogni volta che sento una voce per interpretare le parole, Se io non sono concentrata, tutto ciò che il microfono capta (che siano voci, suoni o rumori), viene comunque scartato dal cervello, che è impegnato in altro e non può sdoppiarsi. Una cosa del genere suppongo sia capitata almeno una volta un po' a tutti, di essere talmente tanto immersi nei propri pensieri o nelle proprie attività, da non sentire qualcuno o qualcosa. Ebbene, questa è la mia condizione giornaliera. E se sono stanca, se ho ascoltato per tutto il giorno, se ho studiato tutto il giorno, ebbene, rimanere in uno stato di costante concentrazione a volte è impossibile. Se sto lavorando, studiando, leggendo, guardando un film, in genere dedico tutta la mia attenzione a quell'attività e non mi accorgo del sopraggiungere di qualcuno, finché questi non entra nel mio campo visivo, e io immediatamente sposto la mia area di concentrazione. È per questo che non sono minimamente a mio agio se sono in posti dove devo rivolgere la schiena alle porte. Ed è per questo che se qualcuno mi chiama da lontano in genere non mi accorgo di essere chiamata.
Chi non mi conosce ha l'impressione che a volte sento e a volte no e non ci si raccapezzano. E in effetti, non è poi così sbagliata come descrizione. Una domanda che assilla molte persone è come mai riesco a gestire così bene le conversazioni faccia a faccia (da far dimenticare alla gente che comunque uso il labiale) ma non riesco a usare il telefono. La risposta è più banale di quanto non possa sembrare: perché: 1) senza il labiale, se mi concentro, capisco (in italiano) circa la metà di una conversazione, quindi comunque una metà manca lo stesso; e 2) il telefono distorce le voci. Ho fatto un lungo periodo di riabilitazione post-intervento, per iniziare a raccapezzarmi di tutto ciò che sentivo e per interpretarlo, e ho provato anche con il telefono. Però spesso quello che capivo perfettamente detto da un metro di distanza (anche senza leggere il labiale), non lo capivo da un capo all'altro della cornetta. Ora poi è l'epoca dei cellulari. Finché il telefono era fisso, avevo ancora delle speranze di riuscire a capire qualcosa, almeno con persone note, ma con il cellulare è impossibile. Le voci mi arrivano troppo basse e mi arriva all'orecchio tutto ciò che c'è di sottofondo. Anche solo un minimo alito di vento che fischia nel microfono del telefono, o il rumore di un'auto che passa nella strada sotto casa, da uno solo dei due capi del telefono, mi giunge del tutto distorto e mi copre anche la voce più forte. Quindi non ce la faccio. Ho provato, giuro, ma non riesco.
Chiunque mi abbia conosciuto abbastanza a lungo, ha iniziato a capire il meccanismo, ma richiede comunque del tempo. Persino il fidanzato ci ha messo un sacco di tempo a entrare nel meccanismo, e con lui mi vedevo quasi tutti i giorni già i primi tempi che si stava insieme.
Io mi autodefinisco una persona sorda perché in effetti lo sono. Ho un aiuto tecnologico che mi permette di risolvere parzialmente il problema, ma non è che mi abbia aggiustato il sistema uditivo. Sarebbe come dire che uno con una gamba finta, ha entrambe le gambe. La mattina si mette la sua protesi e  cammina e guida la macchina e fa tutto perché ha una protesi, magari anche balla e salta e fa le capriole ma la gamba comunque gli manca, non gliene hanno trapiantata una nuova di zecca.
Quindi, gente, non siate chiusi di mentalità. La sordità non è un tutto o niente, ci sono un sacco di sfumature. E chi mi conosce o mi ha conosciuto, è adesso un pochino più ricco di prima. Come si dice, c'è più di quel che l'occhio dà a vedere ed è quel più che arricchisce le persone.

Sunday, July 14, 2013

Times Square

Il primo posto che siamo andati a vedere è stato la famosissima Times Square. Anzi no, ad essere sinceri il primo posto che abbiamo visitato è stato uno dei tanti Best Buy, perché la mia priorità era procurarmi una macchina fotografica per immortalare l'avventura, mentre la priorità di Ciro era procurarsi un computer portatile, dopo meno di 24 ore che eravamo sul suolo newyorkese. Ah e ovviamente una scheda telefonica americana.
Ammetto che il primo giorno fuori è stato un pochino strano: avevo un mix di leggero intontimento da fuso orario e meraviglia per tutte le luci, per i grattacieli, per l'ambiente. Ciro sembrava invece essere nel suo ambiente naturale. Si è praticamente mimetizzato tra gli americani. Dal momento che io non parlavo mai e che invece era lui a rivolgersi alle persone (negozianti, commessi), non siamo passati per stranieri. Siamo passati per turisti, sì, ma turisti americani. 
Times Square è probabilmente il cuore pulsante di New York. Non puoi andare a NY e non passarci almeno una volta. Times Square è luminosa: persino l'ingresso della metropolitana ha l'insegna lampeggiante. Times Square è affollata: se sei fortunato cammini a passo di lumaca, incastrato tra una fila e un'altra di persone. Chi non ci è abituato, cammina in genere a testa all'insù, guardando tutti i palazzi, tutte le insegne, i cartelloni, i video pubblicitari. Ci sono i cinema, i teatri e i musei. Ci sono negozi e attrazioni di ogni tipo. Ci sono ragazzi e ragazze, uomini e donne che per ottenere una mancia si travestono da personaggi di ogni tipo, dai classici Disney come Topolino ai supereroi della Marvel. Non mancano le varie Statue della Libertà e i Naked Cowboys (alcuni uomini che suonano la chitarra con indosso solo un paio di mutande, il cappello e gli stivaloni da cowboy anche in pieno inverno). Guai a fermarsi troppo, altrimenti ti acchiappano affinché tu ti faccia una foto con loro, rifiutarsi a quel punto è troppo scortese e poi non puoi non lasciargli la mancia. Quindi meglio ammirare a distanza, altrimenti troppe mance. Essendo la miglior location per i teatri, i musical, i cinema e gli strip club (no, anzi dire "strip club" non è carino da queste parti, si usa "gentlemen's club", sulla quale terminologia avrei un paio di cosette da ridire, ma lasciamo stare) ci sono un sacco di "accalappiatori", che sono armati di volantini e cercano di convincerti a comprare i biglietti per un qualche musical o una commedia o uno spettacolo di qualche genere.
Ad andarci da turista, Times Square è sempre un bel posto, fai un sacco di foto, vedi un sacco di negozi, incontri un sacco di gente.  Il vero problema arriva dopo, quando ormai abiti in città e vai in centro a Manhattan per vederti con gli amici, per andare al teatro o al cinema, per fare semplicemente un giro. Passata la novità, non stai più a testa all'insù a guardare le insegne e i cartelloni, non noti più i personaggi dei cartoni, non vaghi alla cieca solo per vedere che cosa c'è nei dintorni. Ormai sai esattamente cosa ti aspetta a Times Square, quindi scansi abilmente chiunque abbia in mano un pacco di volantini, vai dritto alla strada o all'incrocio o al negozio che esattamente stai cercando, e dal momento che non hai tempo da perdere, ti incazzi ogni volta con i turisti che vanno a passo di lumaca, pur essendo ben consapevole che c'è stato un momento in cui eri uno di loro.
Personalmente, adesso ho una relazione di amore-odio con Times Square. Trovo che sia il miglior posto per uscire, è pieno di vita, è pieno di attrazioni, c'è sempre qualcosa da fare o da vedere, non c'è modo di annoiarsi. Tuttavia trovo anche che sia il posto più caotico, più affollato e più stressante in assoluto. Quindi alla fine da quale parte pende la bilancia? Dipende dal momento. Quando siamo in cerca di attrazioni, di svago, di divertimento, di vita, non importa se siamo costretti a farci strada a gomitate, si va a Times Square. Che sia per una visita al museo Discovery, che sia per una cena al Jeckill and Hide club (posto bellissimo, tra l'altro) o al Bubba Gump Shrimp Co (da provare almeno una volta), che sia per un film all'AMC Empire, che sia per il museo delle cere, che sia per uno spettacolo sulla Broadway, che sia per uno stand-up comedy, ne vale sempre la pena.
Ovviamente ci sono delle cose che io non posso fare. Non ce la faccio ad ascoltare i comici in diretta live perché parlano veloce e fanno battute molto rapide e comunque dovrei essergli a un metro di distanza e tenerli fermi per riuscire un minimo a leggergli le labbra e capire i discorsi; non ce la faccio a seguire un musical, perché non riesco a sentire le canzoni.
Ma  ciò non toglie la bellezza del posto. Io non posso, la maggior parte della gente sì. E anche solo il fatto di avere la possibilità di vedere queste cose è una bella sensazione.  Il cinema è invece accessibilissimo, ho scoperto l'altro giorno che c'è la possibilità di avere i sottotitoli; la cosa figa è che li vede solo la persona che richiede il servizio quindi non è che devo andare in una sala apposita o chissà che. Mi danno un aggeggino con un braccio flessibile, in cima a quale c'è un display a tre righe; questo viene sistemato nel portabicchiere della sedia così che stia fermo, il braccio flessibile permette di aggiustare il display, e i sottotitoli vengono trasmessi via wireless. Chiunque sia a un'angolazione diversa dalla mia non riesce a vedere il display sicché non dà noia a nessuno.
Per concludere: Times Square è il primo posto dove vai, il posto dove ritorni almeno una volta e il posto la cui luminosità e suggestività speri di rivedere un'ultima volta prima di andartene.

Wednesday, July 10, 2013

Il primo impatto

Il viaggio in aereo è stato terribile. Non sono fatta per viaggiare in aereo. Ho sofferto del jet-lag per almeno una settimana. Ci sono queste splendide 6 ore di fuso orario per cui il mio corpo pensava di essere in piena notte e mi diceva: "Ti prego vai a dormire" mentre l'orologio diceva: "Macché, è appena ora di cena, non ti azzardare". E per come sono fatta io, che c'ho un orologio biologico giornaliero senza pietà, è stata lunga abituarmi ai nuovi orari. Ma comunque, primo viaggio, prima volta che metto piede in un posto così lontano dalla mia patria, un insieme di emozioni mi sopraffanno appena arrivo. Dalla pura gioia di aver messo piede sulla terraferma dopo 12 ore di aereo, alla stanchezza del viaggio, alla speranza che le possibilità di combinare qualcosa ci siano davvero, alla meraviglia di vedere tante cose nuove. Il primissimo impatto con New York: indescrivibile. Questa città era talmente diversa da ogni altra città che avessi mai visto, che non avevo un vocabolario abbastanza potente per descriverla. Tuttora mi trovo in difficoltà a dover descrivere NY a chi non ci è mai stato neanche di passaggio. È tutto così diverso, che è estremamente difficile anche fare paragoni. Dentro NY ci devi essere, per rendertene conto. Finisci per usare "New York" come aggettivo stesso per descrivere altro. 
Il primo aggettivo che posso usare per descrivere la città è il più scontato: Grande. Una parolina semplice, ma che racchiude davvero in sé l'essenza di New York. Partiamo dalle macchine. Niente utilitarie, solo macchine grosse. Non per forza SUV, ma comunque auto grandi, ampie, spaziose, che hanno finalmente risposto a una delle domande che ogni tanto mi assillava guardando i film: "Ma come cappero fanno a chiudere una, o addirittura due persone nel bagagliaio di una macchina"? Qui si può, le macchine sono sufficientemente grandi. Tanto che ne ho viste alcune equipaggiate con una specie di levetta di emergenza, da tirare per aprire il bagagliaio se ci finisci chiuso dentro. Pensa te. Niente più stradine strette, quelle che a Firenze e dintorni devi prendere le misure della macchina e poi quelle della strada (contando i SUV in doppia fila, i lavori stradali e i motorini nel mezzo) per essere sicuro di passarci. Niente più parcheggi che se anche fai duemila manovre non riesci a lasciarti abbastanza spazio per aprire gli sportelli, e se ci riesci, poi ti ritrovi comunque qualcuno che ti ha parcheggiato a 10 cm di distanza costringendoti a tirare giù tutti i santi per uscire indenne da quel posto. La Clio che guidavo a Firenze starebbe comodamente in solo mezzo parcheggio, anche di traverso, qua. E le macchine sono la prima cosa che vedi quando esci dall'aeroporto quindi è la prima cosa di cui inizi a percepire le dimensioni. Poi sei sul taxi diretto all'albergo o alla casa che hai preso in affitto, vedi le strade e pensi: "Cavolo, un'autostrada a 8 corsie, larga quanto un'ipotetica autostrada a 16 corsie italiana". Ti fai 10-15 minuti di taxi, inizi a vedere i primi palazzi e pensi: "Toh, hanno costruito le case lungo l'autostrada!" Poi ci rifletti un attimo su, aggrotti la fronte, cerchi di mandar via la nebbiolina che il lungo viaggio ha causato nella mente e ti rendi conto che non sei più su un'autostrada, sei dentro la città e che le strade sono talmente larghe che non te n'eri accorto subito. Ed è lì che inizi a rivalutare il tuo concetto di "grande". 
Poi finalmente entri in casa, e noti che, sebbene tu sia in un monolocale, il frigo occupa uno spazio pressoché infinito. Ingloba tutto il resto. Qua, il frigorifero più piccolo, è ancora troppo grande. Una bottiglietta di acqua da mezzo litro sembra ridicola, lì dentro. Davvero, io mi sento quasi a disagio a fissare una bottiglietta dalle dimensioni (apparentemente) minuscole in un frigo che ospiterebbe tranquillamente un maiale intero. Il disagio se ne va quando al supermercato scopro che tutte le confezioni di bevande sono almeno da un gallone, ovvero quasi due litri, quindi quando metto il latte, il succo di frutta, l'acqua, nel frigo, sembra tutto più zen, più proporzionato. Ma dopo una settimana ancora non mi ero abituata alle dimensioni. 
Fatti questi due esempi, uno pensa che allora è vero, allora in America è davvero "tutto grande, tutto grande". E invece no. Ecco che arriva il secondo aggettivo: Sproporzionato. 
Seriamente: come si può avere un frigo così grande e un cesso così piccolo?
Come si può dover stare in mutande in casa per il riscaldamento a palla e coprirsi come un eschimese fuori? A Novembre fa freddino fuori, ancora non così tanto ma insomma l'inverno sta iniziando, quindi è perfettamente normale che in casa il riscaldamento sia acceso. Ma che la situazione sia tale da dover stare in mutande in casa e vestirsi come un eschimese fuori e sudare come se fosse Ferragosto dentro ai negozi mi pare, appunto, sproporzionato. Il riscaldamento è centralizzato, non si può nemmeno regolare la temperatura. Si passa sempre da un estremo all'altro. In estate, l'opposto.  
Come si può vendere confezioni da 5o cerette e vendere i rotoli di carta igienica uno per volta? Mi sembra più facile che nell'arco di un mese servano poche cerette e molti rotoli di carta igienica. Come si può avere confezioni da 300 antidolorifici e confezioni da soli 3 profilattici?
Sproporzionate o apparentemente incomprensibili sono tante cose. Una semplice stronzata: si compra un rotolo di scottex, apparentemente enorme, poi ci s'accorge che gli strappi sono ad appena 14 cm l'uno dall'altro. Che me ne fo di un pezzo di carta che è 14x30 cm? Fanno gli strappi ravvicinati per farmi usare meno carta e far sì che mi sensibilizzi sullo spreco, e poi appena ordino un trancio di pizza fuori, me lo accompagnano con una tonnellata di fazzolettini, alla faccia dello spreco? Facessero dei tovaglioli decenti, di forma quadrata, di dimensioni medie, equilibrati. 
Ma la prima settimana mica l'abbiamo passata in casa a fissare l'enormità del frigo e a rimuginare sull'inutilità dei maglioni di lana e dei tovagliolini di carta. Abbiamo fatto turismo. Ma questa sarà un'altra puntata.